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Storie dalla provincia

“Storie dalla provincia” è quello che resta di un percorso lento. È quello che resta delle scarpe di tela distrutte, dei tramonti sulla provinciale, del silenzio di una processione.
È così che si vive in provincia: come avvolti da un feroce grembo materno, in un tempo sospeso e lentissimo, un tappeto di terra e polvere d’amianto, in un groviglio di strade piccole, di pietre e volti, scolpiti dal vento, bruciati dal sole.

Storie dalla provincia è silenzio, sguardi, racconti di vita vissuta tra le pietre dei borghi antichi dell’alto casertano, piccoli presepi muti, addormentati sotto il pezzo di cielo di una doppia periferia, tra Napoli e Roma.

Storie dalla provincia è un diario di viaggio, parla di resistenza, di forza, quella che trattiene le radici, che le attacca alla terra.
È l’istantanea di un sabato pomeriggio, tra le vie di Pietravairano, Benito e Anna, sul piccolo terrazzo di pietra, ascoltano il tempo, con gli occhi chiusi, sotto il glicine. Vivono lì da quando sono bambini, si sono sposati da 43 anni, il loro unico figlio è emigrato in Germania.
È il ritratto della signorina Silvana, coi lineamenti gentili e gli occhi vispi, che vive con i genitori anziani in una grande casa in campagna, non si è mai sposata. Guardando la carcassa di una vecchia 500 mi dice, timida, che non ha mai preso la patente.
È Pasquale, 27 anni, che mi racconta la sua storia seduto al tavolo della cucina, oltre le tende la piazza dell’antico borgo di Riardo; lavora saltuariamente come bracciante agricolo e dei suoi unici vicini, che s’abbracciano davanti all’obiettivo.
È la storia di Vittorio e Valentina che giocano a nascondino in un pomeriggio caldissimo di agosto.
È una signora col velo scuro, che intinge la punta delle dita nell’acquasantiera.

Storie dalla provincia è odore di asfalto, di pioggia estiva, di muschio, è odore di vecchi salotti, odore di chiese, di birra, è gli occhi scuri delle vecchie.

“Storie dalla provincia” è una poesia di Pavese che sa di terra, di sangue e di ritorni. È un fiume denso, come una vecchia sciarpa di lana scura caduta sul pavimento.
È il carro pesante di un santo, è gli uomini che lo portano a spalla, che si asciugano il sudore della fronte.
È la festa del paese, le tende rosse e bianche delle bancarelle.

“Storie dalla provincia” è il lungo racconto di istantanee che riempivano i miei occhi di bambina, è un esercizio di meraviglia, la stessa che provavo guardando i fuochi d’artificio squarciare la sera, accendere e spegnere il cielo.

[Testo e foto di Miriam Mercone]