«Se un cliente non paga non è portfolio, ma sfruttamento»: il social media management secondo Proforma

Proforma è una società che dal 1996 offre servizi di comunicazione a privati e imprese. Lavorando sui media tradizionali e digitali punta alla promozione innovativa di aziende, marchi, prodotti, idee e progetti. 01 Distribution – Rai Cinema, Auchan Ipermercati, Fandango, Laterza Editori, Universal Pictures, Nichi Vendola e Michele Emiliano sono solo alcuni tra i soggetti e le realtà che l’hanno scelta per le loro campagne pubblicitarie ed elettorali.

Daniele Magliocca è il social media manager e media planner di Proforma. Nonostante i suoi tantissimi impegni mi ha concesso un’intervista – colgo l’occasione per ringraziarlo nuovamente – sulla figura del social media manager e sulle questioni etiche e professionali di fronte alle quali è messo ogni giorno.

social media managementPartiamo dalle basi: chi è il social media manager?

Tra i cosiddetti social media cosi, il social media manager è il responsabile del regolare funzionamento dell’ingranaggio. Se si inceppa, i guai sono tutti suoi. È una persona dotata di ragionevolezza, nervi saldi, con una buona conoscenza quantomeno della lingua italiana; è sempre attento a quello che succede on e offline. Se non possiede abilità proprie, lavora in combutta con un grafico, e già per questo dovrebbero dargli una medaglia. Il suo compito principale è quello di mantenere viva l’attenzione nei confronti di un profilo, di una pagina o di un canale social. Pertanto è lui che costruisce il piano editoriale e lo attua o personalmente con meticolosità quotidiana o grazie all’utilizzo di tool di posting management.

È lui infine che analizza i dati, monitora e gestisce le interazioni.

Ti è mai capitato di lavorare per un prodotto, un’idea o una persona di cui non avevi una buona considerazione? Se la tua visione entra in conflitto con quella che vuole comunicare l’impresa o il personaggio, immagino si apra un problema etico: come se ne esce?

Fortunatamente no. Comunque penso che la decisione di portare avanti un lavoro non debba mai essere accompagnata da un conflitto. Al contrario è sempre auspicabile che social media manager e cliente entrino in simbiosi, che tra i due si instauri una sorta di tsaheylu, quell’incredibile legame tra Na’vi e Ikhran che Cameron ci ha mostrato nel film Avatar.

Per un tecnico della comunicazione c’è un modo per capire se il prodotto è destinato a un fallimento certo? In quel caso, consigli di essere onesti con il proprio cliente? Anche a costo di perderlo?

Non esiste un metodo infallibile e assoluto per capire se un prodotto è fallimentare. Esistono studi di mercato e analisi che restituiscono probabilità di successo o, al contrario, di insuccesso. Quando queste social-media-managementultime sono alte sarebbe corretto parlarne con il cliente, anche a rischio di perderlo. Tanto lo si perderebbe comunque.

Vivo in provincia di Caserta, e dalle mie parti ci sono tantissime piccole imprese gestite da una o due persone, che non hanno però un buon rapporto con i social: le loro bacheche personali denunciano scarsa empatia, poco interesse e forse anche una considerazione negativa di questi mezzi, che vengono associati, tra l’altro, al mondo di Internet in generale. Eppure, quegli stessi imprenditori si rivolgono poi ai tecnici della comunicazione nella speranza di far crescere la propria impresa. Rispetto a questa cosa, ti chiedo: quanto è efficace per un imprenditore sviluppare un discorso comunicativo attraverso un medium in cui non crede?

Credere o non credere in un medium non deve essere frutto di una intuizione personale. Per fortuna oggi circolano tanti dati che aiutano a capire le potenzialità dei diversi media, allontanando il rischio di scelte infondate e, spesso, sbagliate. Diventa sempre più vitale studiare e ridurre al minimo l’approssimazione e il famoso intuito. Solo così si può modificare la percezione dello strumento e aumentare la fiducia nei suoi confronti.

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«Raccontare un paradosso» – Intervista a Tony Laudadio

[Qualche giorno fa, poco prima di presentare il suo ultimo romanzo “L’uomo che non riusciva a morire” presso la libreria Hamletica di Maddaloni, ho avuto la possibilità di intrattenermi per qualche minuto con Tony Laudadio, artista poliedrico della scena contemporanea che con grande disponibilità ha risposto ad alcune mie domande, provando insieme ad attraversare le diverse potenzialità narrative di chi svolge il mestiere di raccontare personaggi.]

autore_150302121027_tony-laudadioTony Laudadio: attore, autore per il teatro, scrittore, musicista, cantautore. E ancora, come si legge dall’autobiografia, sin da piccolo ha imparato a giocare a basket, a calcio, a pallavolo, a ping pong e a servire messa. Insomma: cosa non è Tony Laudadio?

«Tante altre cose, ma sarebbe difficile elencarle tutte. In effetti c’è un certo eclettismo che non posso negare, e devo dire che questo aspetto mi diverte molto. Passo volentieri da una cosa all’altra, per una questione di curiosità più che di esibizionismo, che comunque in parte c’è, ovviamente.
Cosa non sono è difficile dirlo perché in realtà mi proietto totalmente in quello che faccio e in quello che sono. Ad esclusione di tutto il resto, diventa compito di chi mi osserva decidere cosa non so fare e cosa so fare.»

Spesso gli scrittori si affidano ai social network per ricevere feedback sui loro libri in uscita e valutare l’umore del proprio pubblico. È una cosa che riguarda anche te?

«Non direi. Io sono poco social in questo senso. Ho in realtà solo un profilo Twitter. Non ho neanche la pagina Facebook, o meglio c’è ma non è curata da me bensì da un gruppo di persone che mi vogliono bene. Diciamo che mi limito ai 140 caratteri di Twitter che però devo dire hanno una loro bellezza, perché in effetti avere la possibilità di una comunicazione rapida e diretta con chi non avrebbe altrimenti modo di contattarti è piacevole. Ho scoperto tante persone che conoscevano me a mia insaputa ed è stata una bella sensazione. Continua a leggere