Riti settennali dell’Assunta: reportage da Guardia Sanframondi

Guardia Sanframondi è un comune italiano parte della comunità montana della provincia di Benevento, in Campania.

Periodicamente, per le strade di Guardia Sanframondi, che si presenta con tutte le caratteristiche proprie di un borgo medievale, si rinnovano i tradizionali Riti settennali di penitenza in onore dell’Assunta.

Da un documento conservato nella Diocesi di Cerreto Sannita sappiamo che era già del 1702 l’usanza dei confratelli di seguire la processione della Vergine mettendo in opera rituali di flagellazione. E così ancora oggi, ogni sette anni nella seconda metà del mese di Agosto, Guardia Sanframondi è teatro di una suggestiva manifestazione religiosa in cui i quattro rioni del paese portano in giro dei quadri, detti misteri, che raffigurano episodi delle Sacre Scritture, mentre una parte dei partecipanti, incappucciati e vestiti di saio bianco, si percuote il petto con strumenti di flagellazione. Continua a leggere

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Oltre le mura del Monte Cila: Piedimonte Matese tra arte, storia e cultura popolare

di Benedetta De Rosa | A volte non occorre andare lontano per imbattersi in piccoli pezzetti di paradiso. Del resto, il termine stesso deriva dal greco, παράδεισος, e il suo significato rimanda al concetto di “giardino”, parco. Al di là dell’accezione religiosa, bisognerebbe recuperare una connessione quanto più profonda con l’elemento naturale per ricavarne quel senso di serenità paradisiaca che troppo spesso crediamo sia nascosto chissà dove e sotto quale strana e impalpabile forma.

Magari era solo perso ai piedi di un monte qualsiasi di una provincia qualsiasi, lungo le scalinate ripide di una strada periferica, così per far camminare agevolmente gli asini, le pecore o far defluire l’acqua e, negli inverni più rigidi, la neve. La serenità che ho trovato nascosta nell’ospitalità di chi apre casa sua e ti accoglie pur non conoscendoti, offrendo fiero i sapori del proprio orto; dove il tempo appare scandito secondo ritmi più lenti o, forse, soltanto naturali. Nei sorrisi e nel tempo di chi mostra orgoglioso le bellezze della propria terra, consapevole che ad un occhio distratto certi dettagli, minimi ma indispensabili, si perderebbero nel complesso di una vista generale.

In un luogo pieno di storia come Piedimonte Matese, in quella zona della nostra provincia denominata “Alto Casertano”, ho trovato una parvenza di paradiso a portata di mano; ad un’ora da Caserta, verso il massiccio del Matese nell’Appennino Meridionale, Piedimonte costituisce il centro più popoloso di questa zona, l’anello di congiunzione tra pianura e montagna, sosta di scambio da sempre tra l’economia della pianura del Volturno e la montagna del Matese.

Grazie ad un’iniziativa della sezione campana dell’ANA, Associazione Nazionale Archeologi, in collaborazione con l’associazione locale Cuore Sannita, qualche settimana fa ho avuto modo di partecipare ad una passeggiata lungo un tratto delle mura megalitiche presso il monte Cila, visitare il museo civico e, dulcis in fundo, la meravigliosa cappella di San Biagio.

La passeggiata è stata organizzata sulla scia del fine settimana di festeggiamenti in onore di San Marcellino, il santo patrono della cittadina, e ad accoglierci è stato un centro vestito a festa con luminarie e addobbi. In concomitanza con la festa religiosa, il giorno precedente la nostra visita ha avuto luogo anche la sesta edizione della manifestazione Illuminarti, il cui tema annuale era quello della meraviglia. Organizzata dall’associazione Byblos, con il sostegno del comitato festeggiamenti e dei singoli cittadini, durante la sera della manifestazione il centro storico è stato invaso da artisti di strada, stand enogastronomici, mostre pittoriche e fotografiche, complessi musicali dai più svariati generi, con un occhio di attenzione per la tradizione lirica di cui Piedimonte va fiera, avendo dato i natali ai genitori del grande tenore Enrico Caruso.

Questo spirito di festa si percepiva ancora negli occhi delle nostre guide, i volontari dell’associazione Cuore Sannita e dell’associazione museale Am’arte, che senza scopo di lucro rendono possibile la fruibilità delle mura megalitiche e del Museo Civico Raffaele Marocco; cittadini “attivi” che con la caparbia e quell’incoscienza tipica di chi sa di fare la cosa giusta vanno avanti, compiendo piccoli ma significativi passi per quanto riguarda la tutela e la conoscenza delle meraviglie del loro territorio.

Mura megalitiche

Mura megalitiche

Partendo dall’alto, il nostro percorso inizia dal Monte Cila, una delle zone più importanti dell’Appennino meridionale, legato da sempre all’antica cittadina di Allifae, che precedette la città di età romana con un insediamento di epoca sannitica, di cui le cinte megalitiche sono l’espressione più maestosa. Qui, tra i tubi della condotta forzata dell’Enel che fanno da contrasto al contesto naturale, si stagliano tre cinte murarie, mantenutesi in buono stato, in quella che da sempre è stata una posizione strategica, tra la pianura campana ed il versante adriatico.

Si dicono megalitiche le opere murarie realizzate con grandi blocchi di pietra poligonale, per lo più ad incastro, senza l’utilizzo di calce o malta. Di origine antichissima, questa tipologia viene denominata anche ciclopica o pelasgica, secondo quella tradizione leggendaria che attribuisce la loro costruzione ai Ciclopi o popolazioni di Giganti.

Le mura di Piedimonte, seppur realizzate in calcare locale che ne rende difficile una datazione esatta, sono state grossolanamente attribuite al periodo che va tra il IV ed il V secolo a.C. anche grazie al materiale rinvenuto in zona. Terrecotte architettoniche, materiale votivo fittile e bronzeo (uno su tutti la statuetta del celebre corridore del Cila) una lastra di tufo nero recante un’iscrizione osca e gli altri materiali provenienti da quest’area farebbero pensare anche alla presenza di un’area sacra, probabilmente la più importante della zona alifana nel V sec. a.C. Nell’area più alta sorgono strutture costituite da mura di dimensioni ridotte, stradine, vicoli e ambienti che ricondurrebbero alla presenza di un’acropoli; identificata in passato con quello stesso luogo da cui nel 217 a.C. Fabio Massimo, generale romano, avrebbe controllato le mosse di Annibale, accampato nella piana di Alife.

Una vita ricca di storia per queste mura ora in eterna lotta con la vegetazione che ne pregiudica la visibilità e la stabilità stessa ma che, in passato, costituivano un elemento fondamentale per la difesa delle popolazioni italiche – soprattutto dei Sanniti Pentri, tribù che aveva in Bojano la propria capitale – popoli fieri di queste terre che prima di essere definitivamente sconfitti dai Romani durante la terza guerra sannitica (298-290 a.C.) vivevano lungo tali cinte fortificate a cui corrispondevano a valle distribuzioni di nuclei abitativi con settori produttivi; fattorie, abitazioni o capanne sparse, necropoli, collegamenti viari e santuari, a cui erano legate agricoltura e attività artigianali, lasciando al pascolo (attività peculiare della zona fino ai giorni nostri) la maggior parte del territorio.

Lasciandoci il monte alle spalle e proseguendo lungo le scalelle, i caratteristici gradini del XVIII secolo di collegamento tra via Cila e il borgo antico, giungiamo in largo San Domenico, presso cui si erige la costruzione del complesso di san Tommaso d’Aquino, sede dapprima del convento dei frati domenicani e ora del museo civico Raffaele Marrocco (MUCIRAMA). Il museo fu istituito in memoria del suo fondatore e primo direttore nel 1913 con la denominazione Museo Campano Sannita e Museo Alifano, stabilitosi successivamente con una collezione museale definitiva nella sua sede attuale dal 1927. La struttura originaria è composta da una chiesa e dall’edificio del convento, suddiviso in due piani con due chiostri a pianta quadrata: il maggiore e il minore. Continua a leggere

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Storie dalla provincia

“Storie dalla provincia” è quello che resta di un percorso lento. È quello che resta delle scarpe di tela distrutte, dei tramonti sulla provinciale, del silenzio di una processione.
È così che si vive in provincia: come avvolti da un feroce grembo materno, in un tempo sospeso e lentissimo, un tappeto di terra e polvere d’amianto, in un groviglio di strade piccole, di pietre e volti, scolpiti dal vento, bruciati dal sole.

Storie dalla provincia è silenzio, sguardi, racconti di vita vissuta tra le pietre dei borghi antichi dell’alto casertano, piccoli presepi muti, addormentati sotto il pezzo di cielo di una doppia periferia, tra Napoli e Roma.

Storie dalla provincia è un diario di viaggio, parla di resistenza, di forza, quella che trattiene le radici, che le attacca alla terra.
È l’istantanea di un sabato pomeriggio, tra le vie di Pietravairano, Benito e Anna, sul piccolo terrazzo di pietra, ascoltano il tempo, con gli occhi chiusi, sotto il glicine. Vivono lì da quando sono bambini, si sono sposati da 43 anni, il loro unico figlio è emigrato in Germania.
È il ritratto della signorina Silvana, coi lineamenti gentili e gli occhi vispi, che vive con i genitori anziani in una grande casa in campagna, non si è mai sposata. Guardando la carcassa di una vecchia 500 mi dice, timida, che non ha mai preso la patente.
È Pasquale, 27 anni, che mi racconta la sua storia seduto al tavolo della cucina, oltre le tende la piazza dell’antico borgo di Riardo; lavora saltuariamente come bracciante agricolo e dei suoi unici vicini, che s’abbracciano davanti all’obiettivo.
È la storia di Vittorio e Valentina che giocano a nascondino in un pomeriggio caldissimo di agosto.
È una signora col velo scuro, che intinge la punta delle dita nell’acquasantiera.

Storie dalla provincia è odore di asfalto, di pioggia estiva, di muschio, è odore di vecchi salotti, odore di chiese, di birra, è gli occhi scuri delle vecchie.

“Storie dalla provincia” è una poesia di Pavese che sa di terra, di sangue e di ritorni. È un fiume denso, come una vecchia sciarpa di lana scura caduta sul pavimento.
È il carro pesante di un santo, è gli uomini che lo portano a spalla, che si asciugano il sudore della fronte.
È la festa del paese, le tende rosse e bianche delle bancarelle.

“Storie dalla provincia” è il lungo racconto di istantanee che riempivano i miei occhi di bambina, è un esercizio di meraviglia, la stessa che provavo guardando i fuochi d’artificio squarciare la sera, accendere e spegnere il cielo.

[Testo e foto di Miriam Mercone]

I peschi fioriscono sulle terre di Don Peppe Diana

“Dal seme che muore fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace”

di Pasquale de Lucia | Immaginate una strada che attraversa una giornata di primavera: ai lati distese immense di peschi in fiore, coi petali rosati che attingono i colori dall’accenno di un tramonto. Immaginate l’aria pura che vibra tra le fronde e le muove con ritmo delicato, producendo un’armonia simile a quella dei versi di una poesia. Poi il cielo si fa di un rosso più intenso e annuncia la fine del giorno. Tra poco sarà la notte, ma in questi brevi attimi esiste solo la meraviglia. E l’orgoglio per una terra capace di creare una simile bellezza.

Questa era la strada che portava a Casal di Principe. Ora non c’è più nulla. Io la percorro per la prima volta in un giorno di Novembre, mentre un tramonto di sangue e nuvole ritira la luce da distese infinite di campi desolati. Penso persino che la primavera qui non sia mai esistita. Le abitazioni di Casale, come prigioni di solitudine, sono cinte da muri altissimi, così alti che neanche da un pullman è possibile scorgere ciò che racchiudono. Molte case, invece, sono scheletri di un futuro possibile, tentativi incompiuti senza porte né finestre. Lo sguardo si posa su di esse, come su  dolore indefinito.

Per le strade solo due o tre persone in lontananza, tutto il resto è silenzio e oscurità che inizia. Ho conosciuto questa città solo sulla carta dei quotidiani e attraverso lo schermo freddo di un televisore. Viverla è un’altra cosa.

1441249-593x443Perché sono a Casale? Perché in un bene confiscato alla camorra, si è deciso di aprire le porte alla bellezza. Grazia alle possibilità donate dalla Legge 109 del 1996, in una struttura che aveva visto incontri tra malavitosi e ascoltato parole di violenza, ora si espongono quadri provenienti dagli Uffizi. Ed è simbolicamente il modo con cui i Fiorentini ringraziano i Campani per aver spalato il fango durante l’alluvione che li colpì nel ‘66. Allo stesso modo, ora, Firenze aiuta a ripulire la nostra terra dalla marea lutulenta della camorra, e lo fa con la forza che solo l’arte sa sprigionare.

“Sapete cosa accadde il 19 marzo 1994?” Continua a leggere

Terra mia, canto d’amore disperso nel vento

di Pasquale De Lucia | Trovare parcheggio al Vomero è un’impresa cui si prestano soltanto gli spiriti dotati di una certa improntitudine. E noi lo siamo. Come ci si più angosciare per il traffico o per la teoria di macchine scintillanti che aggrediscono i marciapiedi, quando il cielo di mezzogiorno sembra fuoriuscito dalle pagine dell’Oro di Napoli? Poi uno spazio vuoto si apre, l’auto segue la corrente del suo destino e si arresta: il parcheggio è cosa fatta.

Sono nato a Napoli, amo Napoli, eppure ci vengo raramente. Sono sempre stato convinto che i secoli di storia, sedimentati sotto l’intricata trama di basoli, hanno donato un’anima alla città. Ogni volta che ritorno la immagino come una lacrima, che cade lentamente su un sorriso che sta nascendo. Contraddittoria, confusa, sinfonia di luci e di voci, teatro sotto il cielo ed ombra di morte che si allunga fino al mare. Questa è la Napoli che ho conosciuto.

12140843_2105173092955790_4924858094339805215_nMa la biologia, purtroppo, ha il vizio di arrestare gli slanci poetici del pensiero: la fame inizia a farsi sentire. In pochi passi raggiungiamo l’insegna della libreria: “IO CI STO”. E’ solo uno sguardo veloce, un saluto fugace con l’attenzione che non si sofferma e la promessa di ritornare quando anche gli altri verranno. I passi si fanno veloci ma non tengono il ritmo dei desideri.
E poi eccola: la friggitoria del Vomero. Ai nostri occhi assume la forza di una apparizione mistica. Alla vista delle frittelle, dei panzarotti, dei calzoni ripieni e dorati, sulla conversazione cala il silenzio. Infranto solo dagli ordini. E poi assaporo Napoli, sì: anche nel ribollire dell’olio, nell’incartocciarsi dei fogli grigi, nello sbuffare dei vapori irrequieti è Napoli.
Ritornando alla libreria mi accorgo che i palazzi del Vomero sono fatti di carne. Sono pelle screpolata dal sole dei secoli: quanta storia si è mossa dietro queste finestre?

12072669_2105290609610705_1215471638622537097_nNella libreria si sta allestendo uno striscione. I ragazzi che lavorano qui mi raccontano dell’iniziativa per il giorno in cui ricorre la morte di Giancarlo Siani: sul lenzuolo sono distesi i nomi delle vittime della camorra. Scorgo “Francesco Imposimato”, e ricordo le sue incisioni appese alle pareti di casa. Tutti quei nomi sono voci confuse che poi diventano un voce sola. Una voce capace di rompere il silenzio, di sprigionarsi dalla stoffa e ferire i timpani; mi attraversa la carne e le ossa, si trasforma in vento feroce che trascina via ogni resistenza. È una voce che dice: “voglio essere libero” in una terra che non ha più paura, “voglio essere libero” lontano dall’ombra dell’omertà, “voglio essere libero” senza avere negli occhi la morte, “voglio essere libero” finalmente. E mi accorgo che quella voce è anche la mia, mentre la gola si gonfia di una dolente amarezza.

Passa il tempo e, tra l’odore dei libri e il rumore delle attrezzature, s’insinua un’ombra che si fa persona Continua a leggere