Elogio dell’immobilismo: Il Gattopardo di Luchino Visconti

11 Maggio 1860: circa mille uomini, guidati da Giuseppe Garibaldi, sbarcarono a Marsala, in Sicilia, con lo scopo di rovesciare la monarchia borbonica all’epoca presente su tutto il Meridione. Questo evento storico fu l’inizio della fine per il Regno delle Due Sicilie, portando poi all’Unità d’Italia. Un episodio che funge da incipit anche per uno dei più celebri romanzi italiani della seconda metà del ‘900, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Rifiutato da diverse case editrici (fra le quali la Mondadori), il manoscritto fu poi pubblicato dalla Feltrinelli, ottenendo un clamoroso successo; nel 1963 avvenne la trasposizione cinematografica per la regia di Luchino Visconti.

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»

G1Protagonisti sono i membri della nobile famiglia guidata da Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina. Uomo burbero ma tutto sommato buono, fu interpretato con grande maestria da Burt Lancaster! Il Principe è attorniato da una serie di figure quali il gesuita Padre Pirrone (Romolo Valli), la moglie Maria Stella, la figlia Concetta, e soprattutto Tancredi. Quest’ultimo, suo nipote (uno spavaldo Alain Delon), è un bel giovane dalle belle speranze, che non esita ad unirsi ai mille guidati da Garibaldi appena sbarcati a Marsala: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi», dice allo zio poco prima della sua partenza. È una contraddizione, ma la storia gli darà ragione.

La prima parte del film è ambientata a Palermo; in seguito ai moti garibaldini che raggiungono la città, la famiglia si trasferisce nel feudo di Donnafugata. Appena arrivati, sono serviti e riveriti dalle autorità locali, agli antipodi del Principe: quest’ultimo è un’esponente dell’aristocrazia siciliana, classe ormai in declino, alla quale l’annessione all’Italia tramite plebiscito dà il colpo di grazia; un nuovo ceto è in forte ascesa, quella della borghesia, rappresentata nel film da Don Calogero Sedara (Paolo Stoppa), uomo dalle maniere rozze e non avvezzo ai costumi – intesi sia come maniere che come vestiti – della nobiltà. Tuttavia, Don Sedara ha dalla sua ingenti ricchezze e Angelica, figlia di abbagliante bellezza: Continua a leggere

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Twelve angry men: l’elogio della parola di Sidney Lumet

Parola2La parola ai giurati è un film del 1957, opera prima di Sidney Lumet, uno dei massimi esponenti del cinema statunitense a cavallo fra anni ‘60 e ‘70.

La pellicola è ispirata a uno sceneggiato televisivo risalente al 1954, Twelve Angry Men, ed è collocabile nel sotto-genere giallo del courtroom movie, dove l’azione si svolge nelle aule dei tribunali: protagonisti della pellicola sono, infatti, dodici giurati che devono decidere su un caso di omicidio; un uomo è stato ucciso ed il colpevole – prove alla mano – è il figlio. Tutti i membri della giuria sono d’accordo, tranne uno, che cercherà di convincere gli altri a rivedere la loro posizione sulla base di un “ragionevole dubbio”. Se non ci sarà unanimità nel verdetto, il ragazzo non verrà condannato a morte.

Tranne l’explicit, la vicenda si svolge tutta in interni, per l’esattezza in una sola camera, dove la giuria ragiona sugli avvenimenti, provocando nello spettatore una sensazione di claustrofobia: Lumet per tutta la durata del film gioca con obiettivi e inquadrature, per sottolineare come le divergenze in seno al gruppo vadano progressivamente assottigliandosi; inoltre, dei vari personaggi non è rivelato il nome (si distinguono in base ai numeri), ma essi si caratterizzano in base alle loro azioni e convinzioni. Continua a leggere

Dino Risi e Il Sorpasso della commedia all’italiana

Sorpasso

Roma, ferragosto 1962: le strade della capitale sono deserte, o quasi: alla guida di una Lancia Aurelia B24 c’è Bruno Cortona, che vaga per la città alla ricerca di sigarette e un telefono pubblico. Il destino gli farà incontrare Roberto Mariani, studente di legge rimasto a casa per preparare gli esami; Roberto però, convinto dall’uomo appena conosciuto, mollerà i libri intraprendendo con lui un viaggio in spider – lungo la Via Aurelia – che gli cambierà la vita.

Questa è, a grandi linee, la vicenda raccontata dal film Il Sorpasso, diretto nel 1962 da Dino Risi, che guarda al bel paese con occhi critici, disincantati e anche un po’ cinici, dipingendo una nazione dove i furbi vanno avanti a discapito degli onesti: questa pellicola è certamente uno dei più fulgidi esempi di commedia all’italiana… Ma cosa s’intende per “commedia all’italiana”?

Nell’immediato secondo dopoguerra, ci pensò il Neorealismo a ritrarre crudamente l’Italia, devastata sul piano territoriale e morale dal conflitto mondiale; tuttavia, tra gli anni ‘50 e ‘60, la nostra penisola conobbe un periodo caratterizzato da benessere e sviluppo, generalmente definito come boom economico.

Intanto, nel mondo del cinema, la fase neorealista volgeva al termine per lasciare spazio alla commedia all’italiana, Continua a leggere

Alien: nello spazio nessuno può sentirti urlare

“In space no one can hear you scream”, nello spazio nessuno può sentirti urlare: questa è la tag-line di Alien, film diretto nel 1979 da Ridley Scott, e mai slogan promozionale fu più azzeccato.

Risveglio dall'ipersonno

Dopo il successo di Guerre Stellari, la 20th Century Fox permise la produzione di una sceneggiatura fantascientifica, scritta da Dan O’Bannon; fu ingaggiato come regista Ridley Scott. Protagonista della storia è l’astronave mercantile Nostromo: diretta verso la terra, i suoi membri dell’equipaggio vengono risvegliati dall’ipersonno dal computer di bordo, che ha ricevuto un segnale di SOS proveniente da un pianeta sconosciuto. Dallas, capitano dell’astronave, decide di indagare, nonostante le perplessità di Ripley, suo vice. Nel momento in cui uno degli esploratori, attaccato da un alieno di razza sconosciuta, verrà riportato sull’astronave, inizierà la lotta per la sopravvivenza fra gli umani e l’ospite indesiderato.

Questo canovaccio filmico, già presente nel film La cosa dell’altro mondo, lungometraggio statunitense del 1951 (del quale verrà poi girato un remake da John Carpenter, intitolato La Cosa, nel 1982), verrà poi ripreso – alcuni anni dopo – dal film Predator, opera di John McTiernan.

Perlustrazione pianeta

Alien è una pellicola a metà strada fra fantascienza ed horror. Nella prima parte, viene mostrata la ricognizione del pianeta da parte di tre dei membri dell’equipaggio: sia il paesaggio brullo, disabitato e dominato dall’oscurità, sia la maestosità dell’enorme relitto alieno in cui si imbattono i protagonisti durante la perlustrazione, fanno presagire future sventure. Nella seconda parte, la vicenda si sposta sull’astronave, e la scenografia subisce un evidente mutamento; la Nostromo, infatti, trasmette sensazioni d’ansia e claustrofobia, per via della sua conformazione: tunnel, condotti d’aerazione e luoghi chiusi scarsamente illuminati. Continua a leggere

Pulp Fiction e l’estetizzazione della violenza

12 maggio 1994: inizia, in Francia, il 47° Festival di Cannes, uno dei più celebri del mondo cinematografico. Come ogni anno, molti e provenienti da diverse parti del mondo sono i film che ambiscono alla prestigiosa Palma d’Oro; tra questi, c’è Pulp Fiction, secondo lungometraggio di Quentin Tarantino, destinato a diventare uno dei cineasti più influenti della sua generazione. Su quel che accadrà a Cannes, qualche settimana dopo, ci torneremo a fine articolo.pf

Pulp Fiction è, ad oggi, uno di quei film-simbolo della settima arte: ci sono stati un “prima” e un “dopo” Quarto potere, capolavoro diretto da Orson Welles nel 1941, e ci sono un “prima” e un “dopo” anche nel caso dell’opera più significativa di Tarantino. Però, se il film di Welles rivoluzionava il mezzo cinematografico nel contenuto e – soprattutto – nella forma (si pensi all’utilizzo della profondità di campo e del piano-sequenza), Tarantino è stato bravo, in questo ed in altri casi della sua filmografia, ad “innovare” pur attingendo a piene mani dal passato. Osserviamo, ad esempio, il modo in cui vengono narrate le vicende in Pulp Fiction: fabula e intreccio non coincidono, ovvero gli eventi non sono raccontati nell’esatto ordine cronologico, ma vengono esposti in maniera tale da creare un percorso circolare, dove la fine e l’inizio combaciano. Fortunata invenzione di Tarantino? No, ricordando che anche nel magnifico C’era una volta in America di Sergio Leone (che Tarantino più volte ha indicato come suo maestro), troviamo un simile espediente narrativo.

Detto questo, quale storia racconta Pulp Fiction? Sarebbe difficile riassumere in poche righe gli episodi che lo compongono. Tutto quello che si può dire è che il regista mescola sapientemente le storie di due sicari, un pugile, la moglie di un gangster e due banditi poco professionali; ma, in verità, non è tanto interessante la trama (per chi se lo chiedesse, sì: la valigetta attorno alla quale ruota buona parte del film è un McGuffin*) quanto il modo in cui viene messa in scena. Ed è qui che bisogna fare riferimento al “pulp” contenuto nel titolo… Cos’è il Pulp? Stando a quanto dice Wikipedia, esso è «un genere letterario che propone vicende dai contenuti forti, con abbondanza di crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre».

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Tarantino ha avuto il merito – secondo il parere di chi scrive – di prendere un genere letterario della prima metà del ‘900 e trasformarlo in genere cinematografico a cavallo tra vecchio e nuovo secolo. E in Pulp Fiction la violenza, estetizzata al massimo, regna sovrana in molteplici forme: si va dall’omicidio allo stupro, passando per un’overdose di cocaina.

Le immagini forti, poi, sono accompagnate da dialoghi brillanti, spesso avulsi dal contesto, e situazioni surreali, capaci addirittura di divertire lo spettatore.

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Ovviamente, il genio tarantiniano non basta; per funzionare deve essere sorretto da attori in grado di calarsi alla perfezione nella parte loro assegnatagli e, in questo senso, il cast della pellicola è a dir poco stellare: ad oggi personaggi quali Jules e Vincent, Mia Wallace e Mr. Wolf (interpretati rispettivamente da Samuel L. Jackson, John Travolta, Uma Thurman e Harvey Keitel), sono diventati iconici e riconosciuti in ogni angolo del globo.

Inoltre, come in ogni suo film che si rispetti, la colonna sonora è composta da canzoni preesistenti perfettamente pertinenti alle scene cui fanno da sottofondo: possiamo ricordare, per tutte, You never can tell di Chuck Berry, sulle note della quale ballano Mia e Vincent (la scena, tra l’altro, è un evidente omaggio a di Federico Fellini). Solo per la sua ultima fatica, The Hateful Eight, il regista originario di Knoxville si è permesso di utilizzare musiche composte ex novo per il film, affidandosi ad Ennio Morricone, che lo scorso anno ha vinto – proprio grazie a questo suo lavoro – l’Oscar per la miglior colonna sonora.

Ma torniamo al Festival di Cannes del maggio 1994: la giuria, presieduta da Clint Eastwood, assegna la Palma d’Oro a Pulp Fiction. Tarantino e gli attori salgono sul palco fra gli applausi del pubblico, o quasi: una signora francese, infatti, grida allo scandalo; Tarantino ride, scruta la platea e poi, con grande nonchalance mostra il dito medio! L’anno successivo, insieme al suo collaboratore Roger Avary, verrà premiato anche con l’Oscar per la migliore sceneggiatura.

Dal 1994, il regista è entrato nel gotha del cinema mondiale, osannato o criticato senza mezze misure: d’altronde, come egli stesso ha ammesso, il suo cinema «o si ama o si odia».

*McGuffin: termine coniato da Sir Alfred Hitchcock per indicare un oggetto di cruciale importanza per i personaggi del film, ma che non possiede alcun significato per gli spettatori.

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Curiosità: il famoso passo “Ezechiele 25:17”, citato da Jules prima di uccidere la sua vittima, non esiste nella Bibbia: Tarantino si ispirò a Karate Kiba, film del 1976, dove il versetto è pronunciato da Sonny Chiba, artista marziale giapponese molto apprezzato dal regista.