La poesia che non ho scritto #8. Da “L’epilogo della tempesta” di Zbigniew Herbert

37951168_10217238101335064_8966590484986200064_n.jpg

Ho dato la mia parola

ero molto giovane
e il buon senso consigliava
di non dare la mia parola

potevo dire apertamente
ci penserò ancora
non c’è fretta
non è l’orario dei treni

darò la mia parola dopo la maturità
dopo il servizio militare
quando avrò messo su casa

ma il tempo esplodeva
non c’era più un prima
non c’era più un dopo
nell’accecante presente
toccava scegliere
e così diedi la mia parola

la parola –
un cappio al collo
l’ultima parola

nei rari momenti
in cui tutto diventa leggero
acquista trasparenza
io penso
«do la mia parola
volentieri
ritirerei la parola data»
ma dura poco
perché ecco – cigola l’asse del mondo
passano le persone
i paesaggi
i cerchi colorati del tempo
e la parola data
mi fa un groppo in gola

 

32fe833dce51df0052fea6b452e01645_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyL’ epilogo della tempesta è l’ultima opera pubblicata in vita dal poeta polacco Zbigniew Herbert. Poeta identificato spesso con l’attributo di “classico”, per i richiami al mondo antico, per il dissenso che inonda la sua opera negli anni del totalitarismo e la forte presenza della tradizione, sembra qui tirare le somme della sua vita, aprendo il proprio io lirico, in poesie che appaiono come continue confessioni. È qui che la famosa maschera poetica herbertiana del Signor Cogito fa la sua ultima apparizione.

Anche questa lirica, come la precedente della rubrica (vedi Mark Strand) si concentra sul mancato, su ciò che non è stato, sullo scarto tra ciò che sarebbe potuto essere e ciò che è realmente accaduto. Quella distanza sulla quale cigola l’asse del mondo, su cui il poeta riflette, pagando in vecchiaia la leggerezza e le parole della giovinezza. Continua a leggere

Annunci

La poesia che non ho scritto #7. (A vent’anni) da Blizzard of one di Mark Strand

Portrait Of Mark Strand

 

Cos’era

(What it was)

 

I

 

Era impossibile da immaginare, impossibile

da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,

che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,

il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea

di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,

una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito

di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che affoga

in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno

di un suono; e la sua fine, il suo vuoto,

il suo vuoto tenero, piccolo, che colma la sua eco, e cade,

e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,

e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, [era…

 

II

 

Era l’inizio di una sedia;

era il divano grigio; era i muri,

il giardino, la strada di ghiaia; era il mondo in cui

i ruderi di luna le crollavano sui capelli.

Era quello, ed era più di quello. Era il vento che sbranava

gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava

di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire

che sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti

mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.

Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno

che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande

da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata

dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello

che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.

Era il sole sulla mia mano. Era il calore del sole. Era come

sedevo, come aspettavo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.

 

Traduzione di Damiano Albeni

 

Quando Mark Strand venne tradotto per la prima volta in Italia raccontò a Damiano Albeni, suo traduttore, Continua a leggere

Facebook, Cambridge Analytica e la manipolazione

Antefatto

Nel 2014, lo psicologo Aleksandr Kogan realizza un’app che permette di conoscere la propria personalità in base all’utilizzo di Facebook. L’unica azione da compiere è iscriversi tramite “Facebook Login”, il sistema di Facebook che permette di creare un profilo tramite le credenziali del social (quello che c’è anche su Spotify, per intenderci). Il sistema è «gratuito», che in rete significa che il prodotto sei tu. Utilizzarono l’app appena 270 mila persone, ma, secondo le regole di Facebook di allora, Kogan ottenne anche i dati dei loro amici: fu così che si ritrovò fra le mani un database di 50 milioni di profili, che comprendevano foto, “mi piace”, condivisioni, post pubblici. Kogan, andando contro le condizioni d’uso di FB, li condivise con una società inglese, Cambridge Analytica.

http_media.melablog.itbb05facebook-cambridge-analytica

Cambridge Analytica

Cambridge Analytica era stata fondata un anno prima. È una società di marketing online che si occupa di raccogliere dati sui social, elaborarli tramite modelli e algoritmi e trovare i profili più adatti per la pubblicità mirata. Cambridge Analytica «sostiene di riuscire a individuare soggetti sensibili a operazioni di marketing, combinando la scienza comportamentale con l’analisi dei dati dei consumatori. Conduce sondaggi e raccoglie dati da un’ampia varietà di fonti, tra cui social network come Facebook.»[3]

Il nome della società viene dall’algoritmo sviluppato da un suo ricercatore, Michal Kosinki, che ha studiato a Cambridge. Il suo algoritmo è talmente sofisticato da ricavare dati psicologici da relativamente pochi “mi piace”: secondo il suo ideatore, con 70 mi piace si conosce la personalità di un utente meglio di quella dei propri amici; con 300 se ne sa più di quanto ne sappia il partner.

Sono stati dati in pasto a questo algoritmo i dati dei 50 milioni di profili dell’applicazione di Kogan: i dati non sono stati rubati, Facebook non è stata “hackerata”, tutto è avvenuto in totale trasparenza. Kogan ha semplicemente infranto una regola di Facebook, quella di non condividere con parti terze dati che ha ottenuto con gli strumenti forniti da Facebook stessa. Cambridge Analytica – attraverso tecniche psicometriche – poteva creare pubblicità personalizzata per ogni singolo utente fra quei 50 milioni (si chiama micro-targeting comportamentale).

A questo punto, un dipendente della società, Christopher Wylie, fa uscire la storia [1] raccontando tutto ai quotidiani statunitensi Observer, The Guardian e New York Times, che accusano Facebook di non aver bloccato la società. Continua a leggere

CINQUANT’ANNI DOPO. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione a due Stati.

cinquant'anni dopo palestina

di Davide Fusco | Ci siamo incrociati in un afoso pomeriggio del giugno scorso. S’era a pochi giorni dalla sua immissione nel mercato librario, e Michele Giorgio lo presentava ai lettori in un parco pubblico casertano. Cinquant’anni dopo è un testo che ha la natura d’un veicolo low cost, sul quale mettersi comodi per viaggiare in direzione d’una terra distante, ma cruciale nell’assetto geo-politico mondiale. Il saggio, pubblicato nel 2017 da Edizioni Alegre, con le sue pagine trasporta il lettore in Palestina, facendogli scrutare le faccende socio-economiche e politiche dei cinquant’anni intercorsi tra la fine della guerra dei sei giorni ad oggi.

Gli autori: Michele Giorgio e Chiara Cruciati.

Entrambi da anni operano come giornalisti a Gerusalemme: il primo è dal 1994 corrispondente del Manifesto in Medio Oriente; la seconda è caporedattrice dell’agenzia di stampa indipendente Nena News.

Il testo.

Esordisce dipingendo un nitido quadro della guerra dei sei giorni, che segna l’avvio della colonizzazione israeliana della Palestina storica, costituita da territori quali Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est. Questa fase del saggio è fondamentale per la comprensione del processo col quale gli israeliani hanno progressivamente schiavizzato i palestinesi riducendoli ad uno stato da apartheid. Nell’arco temporale descritto, s’adempie un piano preordinato, volto a disgregare da un punto di vista politico e territoriale il popolo palestinese. Questo diabolico piano è ormai prossimo al suo pieno adempimento. A palesarlo è: da un lato, la rivaleggiante discordia dei due attuali governi palestinesi, Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania; Continua a leggere

Paul Thomas Anderson non sbaglia un film. Appunti su Phantom Thread

Quando Paul Thomas Anderson è al cinema il weekend dura fino a giovedì. Premesso questo, insieme alla verità inconfutabile che i suoi film vanno visti almeno due volte, fossi in voi ne approfitterei di questo weekend lungo per vedere Il filo nascosto (Phantom Thread).

28503962_10215894506746039_494733526_o

Bisogna dire fin da subito che il film è destinato ad entrare in una storia triste solo perché è probabilmente l’ultimo dell’attore britannico Daniel Day-Lewis ovvero, come disse qualcuno, “Il Federer della recitazione”, ma non è questo il punto. Se è vero che io sono un grande ammiratore di Anderson è altrettanto vero che si fa fatica a non ammettere che il regista americano non abbia ancora sbagliato un film (e forse nemmeno un’inquadratura) in tutta la sua carriera, ed è un peso che si porta dietro ma che in un certo modo non condivide con noi spettatori: ciò che voglio dire è che ogni qual volta vedo un film di Anderson mi viene da pensare “questo è il suo capolavoro”, come se azzerasse la filmografia, alleggerendo l’imponenza dei film precedenti. Questo non significa però che un po’ di The Master o di Il Petroliere non ci sia ne Il Filo nascosto, o che non ci sia un po’ di Hitchcock. Anzi, lo stile di Anderson (che qui cura anche la fotografia) è riconoscibile in tanti momenti, dalla pulizia, la cura delle immagini, al rimando finale della soluzione degli eventi narrati.

Ma di cosa parla questo film?

28548460_10215894614668737_735574137_oIl filo nascosto è ambientato nella Londra degli anni ’50, (Anderson in un’intervista disse che gli anni ’50 sono i suoi anni preferiti), più in particolare nel mondo della moda artigianale: Reynolds Woodcock è uno stilista, maniaco del suo lavoro, ossessionato da questo e dalla sua quotidianità. Irrompe (sei qui per rovinare la mia vita?) nel suo mondo una meravigliosa ragazza che si presta come modella per le sue creazioni e con cui si instaura un rapporto molto strano sin dall’inizio del film, una relazione che metterà sottosopra la “casa” di Reynolds. È un film sulla moda? È un film sull’amore, sulle relazioni, sulle ripetizioni? È una specie di biopic, un film sulla figura dell’artista? Continua a leggere