Osvaldo Soriano Football Club: «distillare avverbi» su un campo da gioco

sorianoSe pensate che il calcio sia uno sport per ragazzacci, vi sbagliate di grosso. A dir la verità, nemmeno io immaginavo che un gruppo di intellettuali potesse dar vita ad una squadra di calciatori dilettanti che sa perdere ma sa anche vincere, delle volte, con un libro in mano – fuori dal campo – e un pallone tra i piedi, e però il fenomeno va avanti già da un po’. Sto parlando della Nazionale Italiana Scrittori – l’Osvaldo Soriano Football Club. Una squadra nata nel settembre 2001 da un’idea di Paolo Verri, Paola Cimatti e Silvia Brecciaroli, con sede a Cesenatico, in Emilia Romagna, a due passi dal mare. Il club è dedicato a uno scrittore e giornalista argentino, Osvaldo Soriano appunto, noto per la passione calcistica – di cui la sua opera letteraria è intrisa – e collaboratore, tra gli altri, anche del giornale italiano Il Manifesto.

Il progetto è stato salutato subito con calore da scrittori come Alessandro Baricco, Carlo Lucarelli, Giampaolo Simi, Davide Longo e Carlo D’Amicis, ai quali si sono in seguito aggiunti Beppe Severgnini, Francesco Forlani, Fabio Geda, Carlo Grande, Marco Mathieu e il bomber Francesco Trento. I successi non sono arrivati fin da subito e si sono avvicendati già nei primissimi anni ben due “mister”: prima Giancarlo Magrini, poi Paolo Sollier, sorta di primus inter pares perché anche lui uomo di penna. Attualmente la rosa è formata da trentaquattro scrittori.

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La svolta avviene nel 2005, quando a San Casciano, nel senese, nasce la prima edizione della Writer’s League, un torneo che ha raccolto altri scrittori provenienti da Germania, Ungheria, Scandinavia, Regno Unito, stimolando la formazione di nazionali di calcio scrittori anche all’estero. Continua a leggere

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Transgender: a noi il genere

C’è gente che critica il Gay Pride, la manifestazione che celebra l’orgoglio gay e transgender. C’è gente che non si chiede perché mai i gay e i transgender debbano scendere in piazza per rivendicare una cosa che tutto sommato dovrebbe essere scontata. C’è Gay Pride dove c’è omofobia. C’è Gay Pride dove c’è diffidenza, aggressività, scarsa cultura. C’è Gay Pride, insomma, in tutti quei luoghi in cui le minoranze – e in tal caso la minoranza gay e trans – devono rivendicare diritti che gli spetterebbero già di per sé, per il solo fatto di esistere, di appartenere al mondo.

E allora tutte quelle parrucche, quei ceroni e ciglia finte trovano un senso. Nella nostra incapacità di capire l’altro. Nel non voler capire che tutti noi siamo gente che sta ai confini, solo che non ce ne accorgiamo perché preferiamo stringerci dentro alle più sicure sovrastrutturazioni.

La paura di chi vive borderline deriva forse da quell’ansia atavica dell’avere tutto sotto controllo, tutto catalogato, meglio di un archivio pubblico. La fantomatica teoria del gender ne è un esempio fatto e finito. Credere nell’esistenza di un complottismo dietro al movimento gay non è niente di più lontano dalla paura. Di cosa poi? Dello sfascio della famiglia tradizionale, come se qualche volta fosse esistita. Non ci sarebbe famiglia nucleare senza famiglia patriarcale, né famiglia patriarcale senza quella matriarcale. Non ci sarebbero famiglie se non ci fossero bisogni. E questi bisogni cambiano continuamente.

12804554_10207767811385583_869134171_nLa paura si rivolge soprattutto verso ciò che è schietto, evidente, sincero. Quello che non si vede desta meno paura. La diversità se è eccentrica – se esce fuori dal centro – mette in guardia. A rendersi evidente è la diversità del transgender. Questa parola nasce all’interno del movimento LGBT per abbracciare tutte le persone che non si sentono racchiuse dentro lo stereotipo di genere. Il transgenderismo è un altrettanto movimento che contesta la logica eterosessista e genderista (secondo cui i sessi dell’essere umano sono solo due) proponendo una visione dei sessi fluida e rivendicando il diritto di ogni essere umano a collocarsi in qualsiasi altra posizione intermedia fra gli estremi maschio-femmina. La sessualità non si esaurisce in un’alternativa netta, tagliata con l’accetta, ma si esprime come una gradazione ricca di sfumature, un continuum tra maschile e femminile, in cui ogni essere umano dovrebbe posizionare la propria identità e il proprio corpo. Continua a leggere

Dalla parte di Ashley

Ashley omicidio firenze

Si possono capire tante cose sul nostro Paese da come si reagisce a un fatto. Mi riferisco al caso di cronaca degli ultimi giorni: l’omicidio accaduto a Firenze lo scorso 8 gennaio. La vittima è una americana di trentacinque anni di nome Ashley, cognome Olsen; l’omicida un senegalese di ventisette anni di nome Cheik, cognome Diaw.

Si sono conosciuti nella notte tra il 7 e l’8 gennaio, probabilmente sotto l’effetto di alcool e droga: lei lo ha portato nel suo monolocale in zona Oltrarno, posto un po’ bohemien, frequentato da artisti e musicisti; hanno avuto un rapporto sessuale, poi hanno litigato, lui ha usato violenza contro di lei, l’ha picchiata e strangolata. Questo nella ricostruzione degli inquirenti, confermata in parte dalla versione dell’arrestato, il quale ha però negato lo strangolamento. La storia la conosciamo tutti.

Brutto omicidio, seguito ad un rapporto che non avvicina ma allontana due persone che finiscono per litigare, che non riescono appieno a reggere il gioco della loro libertà.

Un femminicidio, l’ennesimo, dove un uomo annienta una donna e lo fa dopo aver scambiato con lei, da poco conosciuta, un momento di intimità che lo avrebbe dovuto rendere più felice e meno violento. Una storia che passa per il sesso e finisce con uno strangolamento, come nei migliori noir. Ma questo non è un film, bensì la realtà, una realtà che il nostro paese dimostra di non riuscire a comprendere, ancora una volta, come sempre quando si tratta di neri e di sesso e di libertà.

Perché qualcuno ha tuonato che si tratta di extracomunitari e quindi non c’è da stupirsi (ma extracomunitaria è anche la vittima, Ashley, statunitense), che Salvini in fondo ha ragione e dei neri bisogna averne paura sicché è dovuto intervenire Dye Ndiaye, presidente della comunità senegalese di Firenze, per dire di non cadere nelle provocazioni e non condannare tutti: la responsabilità c’è ma al di là della nazionalità.

Un paese in cui bisogna sottolineare cose che fanno un po’ dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non banali, ma date per acquisite ormai, è un paese stantio. Continua a leggere

Uomo donna ermafrodita: il disagio per la ricerca del sé

Di alcuni fenomeni non si parla non solo perché sono rari ma anche perché imbarazzano. Questo spiega perché Arianna di Carlo Lavagna è il primo film italiano a trattare di ermafroditismo. Solo un’argentina, prima di lui, ne aveva parlato ed è Lucia Puenzo nel film XXY del 2007.

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La cinematografia ha il merito di tirar fuori storie nascoste, di toglierne la polvere degli scaffali e di mostrarne il contenuto, certe volte con imprecisione, soprattutto quando si tratta di temi su cui la comunità scientifica veglia con attenzione, o quasi.

Ma i film raccontano, emozionano, danno spunti: questo è il loro compito. La scienza fa altro, molte volte chiusa nelle accademie e nei centri di ricerca, perché certe cose devono restare a conoscenza di pochi, di chi vive il dramma, come quando qualcuno ha detto “i panni sporchi si lavano in famiglia”. In realtà certe volte i panni si devono lavare in comunità, quando ciò può essere utile a noi stessi e agli altri.

Parlare di ermafroditismo, termine peraltro considerato improprio, è sempre difficile. Soprattutto se gli studi scientifici sono attualmente poco imponenti. L’argomento non tocca, non preme, non ci riguarda: l’ermafroditismo è, infatti, un fenomeno rarissimo negli esseri umani. Nelle altre specie un po’ meno: i pesci e le lumache, ad esempio, possono presentare caratteri sessuali di entrambi i generi o mutarli prima della nascita. Solo i mammiferi hanno una differenziazione sessuale così rigida. Ciò non deve trarre in inganno, però, perché al di là dei disturbi fisici dell’ermafroditismo e dello pseudoermafroditismo, noi “non siamo maschi e femmine tagliati col coltello”, come disse Adele Faccio, storica militante radicale. La rigorosa discriminante è solo una convinzione figlia di una cultura separatista che provoca danni e incomprensioni, a partire dal transessualismo fino al fenomeno in specie.

ermaIl fatto che l’ermafroditismo – o intersessualità – sia una condizione umana inusuale non significa che non abbia alcun rilievo. Si tratta di una minoranza, ma minoranza non equivale a non esistenza. Gli ermafroditi alla nascita presentano entrambi i caratteri sessuali o ambiguità tali da indurre nei genitori uno stato di ansia etero-prodotta. Molto spesso sono le stesse madri a voler “normalizzare” i nati, spinte da una tendenza ad adeguarsi a norme sociali e a schemi precostituiti in cui non c’è spazio per gli individui che sono maschi e femmine al tempo stesso. E allora le storie degli ermafroditi sono quasi tutte simili – un po’ come quella raccontata nel 2015 da Carlo Lavagna – e cioè: nascita, amputazione nella fase perinatale e crescita con assunzione costante di ormoni.

Per la scelta del sesso si ricorre ad esami volti a valutare la preponderanza ormonale, che informano della prevalenza del testosterone sugli estrogeni o viceversa, per poi intervenire chirurgicamente.

Più diffusa è la castrazione rispetto alla chiusura della vulva, anche se i risultati non sono sempre eccellenti, se si pensa ai disturbi di cui possono soffrire e soffrono gli ermafroditi nel mondo. Sono quelle stesse paure che insidiano Arianna, la protagonista del film di Lavagna: a 19 anni non ha avuto il menarca e non ha sviluppato il seno; ogni giorno indossa un cerotto per la cura ormonale e si tormenta sul perché non riesca a vivere tranquillamente la sessualità.

Non solo ansia, ma vera e propria depressione che può spingere al suicidio, come fu per Herculine Barbine, ermafrodita il cui caso risale al 1800.

Spesso i protagonisti di queste vicende non sono nemmeno a conoscenza di tutto quanto il destino ha per loro riservato, proprio come Arianna che scopre da sola di essere stata sottoposta ad operazione chirurgica all’età di tre anni, intervento spacciato dai genitori per un’ernia, caso in cui è evidente il forte clima di ipocrisia in cui sono costrette a vivere queste persone. Continua a leggere

La rivoluzione gentile di Casa Rut

casa Rut“Scusi, Casa Rut?” domando ad un passante. “Dopo quell’incrocio c’è un bar, 100 metri e la trovi sulla destra. C’è una bandiera della pace appesa al balcone.” È così che si fanno riconoscere le suore-attiviste di Casa Rut. Non è facile trovarle, visto che abitano in un appartamento qualunque di un palazzo al centro di Caserta, in una delle vie principali. Si nascondono tra i condomini, che hanno la fortuna di averle come vicine. Quando parliamo di Casa Rut raccontiamo la storia di una piccola comunità che ruota attorno alla libertà di scegliere chi essere, soprattutto quando questa libertà te l’hanno tolta. Dal 1995 la comunità di religiose è attiva al fianco delle donne migranti in situazioni di difficoltà. Sono arrivate a Caserta da Breganze (Vicenza) a bordo di un pulmino verde, accolte dal Vescovo della Diocesi Raffaele Nogaro, figura che è stata per questa provincia del sud come un faro, a far luce sulle storie degli emarginati e dei disagiati, che in questo territorio, come in molte altre “periferie” d’Italia, sono tanti. Tra questi, le donne migranti, da sempre vittime fra le vittime. In questi vent’anni, la comunità fondata dalle suore Orsoline di Vicenza è cresciuta, aggirando ostacoli e pregiudizi e riuscendo ad avere la giusta cassa di risonanza per perseverare nella loro opera di accoglienza e reinserimento sociale delle donne prostituite lungo il litorale Domitio e le strade dell’Agro Aversano. Una situazione di emergenza perenne che quasi non si può più chiamare tale.

La responsabile di Casa Rut è suor Rita Giaretta, una donna che fin da subito smentisce i pregiudizi sulle suore. La vedo entrare dalla porta del terrazzo per salutarmi e i suoi occhi azzurri mi dicono non solo di quanto sia caparbia e determinata, ma anche di quanto sia stanca. Le sue giornate devono essere piene di appuntamenti, impegni, chiamate improvvise.

“Sono appena tornata dalla Questura. Ora devo andare in Comune, poi c’è la mamma che ti lascia le bambine perché l’asilo è chiuso. Insomma, c’è sempre da fare qui.”

Le bambine sono due gemelline nigeriane che mi coinvolgono nei loro giochi e fanno spazio sul terrazzo spostando coperte e cuscini.

Suor Rita ha il piglio della leader: giusta, coraggiosa e severa, non ha timore di farsi da parte per lasciare spazio agli altri. Continua a leggere