Riti settennali dell’Assunta: reportage da Guardia Sanframondi

Guardia Sanframondi è un comune italiano parte della comunità montana della provincia di Benevento, in Campania.

Periodicamente, per le strade di Guardia Sanframondi, che si presenta con tutte le caratteristiche proprie di un borgo medievale, si rinnovano i tradizionali Riti settennali di penitenza in onore dell’Assunta.

Da un documento conservato nella Diocesi di Cerreto Sannita sappiamo che era già del 1702 l’usanza dei confratelli di seguire la processione della Vergine mettendo in opera rituali di flagellazione. E così ancora oggi, ogni sette anni nella seconda metà del mese di Agosto, Guardia Sanframondi è teatro di una suggestiva manifestazione religiosa in cui i quattro rioni del paese portano in giro dei quadri, detti misteri, che raffigurano episodi delle Sacre Scritture, mentre una parte dei partecipanti, incappucciati e vestiti di saio bianco, si percuote il petto con strumenti di flagellazione. Continua a leggere

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La poesia che (non) si doveva scrivere

A home transformed by the lightning
the balanced alcoves smother
this insatiable earth of a planet, Earth.
They attacked it with mechanical horns
because they love you, love, in fire and wind.
You say, what is the time waiting for in its spring?
I tell you it is waiting for your branch that flows,
because you are a sweet-smelling diamond architecture
that does not know why it grows. 
[1]

Questa lirica è stata pubblicata dalla rivista «The Archive» della Duke – la prestigiosa università americana – nel 2011. Colui che l’ha firmata, Zackary Scholl, probabilmente non è ha mai composta una, nonostante gli piaccia molto leggerle: il componimento che ha inviato, infatti, è stato scritto da un suo algoritmo.
Quello di Scholl era uno dei primi tentativi di far scrivere ad una IA un testo creativo. Già nello scorso articolo ne avevamo accennato riguardo ai report giornalistici di Associated Press e all’ingresso delle IA nelle arti.

At The World's Fair

Come funziona l’algoritmo di Scholl? Il programmatore ha assegnato ad ogni parola di un vocabolario basato su liriche inglesi un valore positivo (+1), neutro (0) o negativo (-1): chiedendo poesie sdolcinate, la macchina utilizza parole positive; chiedendone più malinconiche, userà parole negative. Il sistema di Scholl è abbastanza rudimentale, eppure non solo nessun essere umano si è reso conto che l’opera era stata scritta da un PC, ma addirittura potrebbe averla trovata piacevole, bella, emozionante. [2]

Venendo a qualcosa più vicino a noi, Galileo.net ha pubblicato un articolo molto interessante sul lavoro di Jack Hopkins, fondatore della Spherical Defence Labs LLC di Londra ed ex ricercatore presso il laboratorio di Informatica di Cambridge. [3] Hopkins sta sviluppando alcuni algoritmi per “insegnare” ad una rete neurale artificiale a comporre poesie paragonabili a quelle dei poeti umani. Il suo sistema è molto più “professionale”: sono stati caricati nel programma ben 7,56 milioni di parole ricavate da libri di poesie del ventesimo secolo. Questa IA, inoltre, avrebbe una speciale memoria sia a breve che a lungo termine, “esercitandola” alle emozioni. Il risultato è che il nuovo sistema riesce a scrivere poesie in diverse forme ritmiche, adoperando soluzioni formali e strutture retoriche, persino la rima.

L’IA di Hopkins è in grado di scrivere poesie su molte tematiche: proponendogli una poesia sull’estate, il sistema troverà tutti i termini che richiamano la stagione più calda e ci comporrà una lirica. Nel 70% dei casi in cui l’IA ha composto una poesia “sensata”, gli esseri umani non sono stati in grado di distinguere fra queste poesie e quelle composte da autori umani, trovando spesso le prime addirittura più belle, dunque emozionanti. [4] Continua a leggere

2017: Faust nello spazio

Go è un gioco di strategia orientale simile alla dama o agli scacchi, il cui campionato mondiale si disputa online. L’attuale campione del mondo, Master P, ha vinto 51 partite su 52, pareggiando l’ultima a causa della disconnessione dell’avversario. È diventato un vero idolo, e lo è ancora di più da quando ha fatto coming out: Master P è una Intelligenza Artificiale (IA) elaborata da Google nell’ambito del progetto DeepMind. In questi giochi di strategia, le macchine vincono confrontando tutte le possibili mosse per calcolare quella migliore.

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L’uomo era stato sconfitto agli scacchi già nel 1997, quando DeepBlue sconfisse Kasparov,[14] ma questa strategia non è applicabile al Go, poiché il numero di mosse possibili è molto più alto di quelle già stratosferiche degli scacchi o della dama: il computer avrebbe semplicemente impiegato troppo tempo per calcolare tutte le mosse. Ma Master P è un’IA vera e propria, non un semplice computer. Master P, versione successiva di AlfaGo, ha imparato a giocare, trovando soluzioni proprie e nuove strategie, studiando le partite dei grandi giocatori del passato e giocando contro se stesso. Master P ha vinto non perché abbia fatto calcoli incredibili sulle mosse, ma perché è stato più creativo dell’avversario umano.[1]

Coscienza

Nonostante la pigrizia sia stata il motore della ricerca tecnologica, dalla ruota all’aratro la macchina è stata guidata da un essere vivente, quindi ne ha subito i limiti. Eliminare questi limiti è stato il passo successivo: non un congegno che si muove secondo la volontà di un essere vivente, bensì un congegno al quale sono state date delle istruzioni – un programma – che la macchina esegue. Ci riuscì Alan Turing quando accelerò la vittoria alleata della Seconda Guerra Mondiale creando il computer: lui inseriva i codici della macchina tedesca Enigma, il suo proto-computer li decifrava per tutta la notte, uno dopo l’altro, senza mai fermarsi o stancarsi o perdere la concentrazione.

Programmare una macchina significa insegnargli a fare qualcosa e a farlo per sempre, anche se l’essere umano dovesse estinguersi (a patto che continui ad essere alimentata, ovviamente). Gli industriali la chiamano catena di montaggio, i programmatori ciclo di while: inizia → fai qualcosa → se hai finito, inizia daccapo, altrimenti continua. Guardando i video di una qualsiasi industria moderna, si può vedere come le macchine, sempre allo stesso ritmo, sono in grado di montare degli oggetti prestabiliti partendo dalla materia grezza fino al prodotto finito.[2] La macchina è uno strumento che fa una cosa sola perfettamente, senza stancarsi, né annoiarsi. Non mangia, non beve, non va in bagno, non dorme, non sciopera: il sogno di qualunque industriale. Continua a leggere

Bologna: cosa ci racconta il caso della protesta dei tornelli alla biblioteca universitaria 36

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di Valerio De Rosa | In questa sede è relativo stabilire se le ragioni del Collettivo Universitario Autonomo bolognese siano legittime, né se tali motivazioni legittime siano state o meno tradotte in azioni corrette ed efficaci. Né valutare se e quanto l’installazione di tornelli alla biblioteca Unibo di via Zamboni 36 possa fungere da deterrente verso accadimenti come la ragazza rinvenutavi in lacrime e sotto shock con i pantaloni macchiati di sperma o l’impiego di siringhe all’interno dei bagni della struttura.

Piuttosto, è interessante focalizzare l’attenzione sulle reazioni dell’opinione pubblica, soprattutto di quella direttamente interessata dalla questione.

Dell’increscioso episodio bolognese difatti non colpisce, o meglio, non stupisce più di tanto la violenza repressiva dei celerini né la valenza simbolica dello “scenario di guerra” (i libri, per definizione, sono antitetici ai manganelli), né tantomeno la derubricazione mediatica di quanto accaduto nell’ambito dell’oramai trita e ritrita dicotomia da trenino dei canali allnews “scontri” (o “tensioni”, con un approccio più soft) polizia vs antagonisti”, a cui di solito si aggiunge soltanto l’indicazione geografica del teatro dell’accaduto (dalla Valsusa a Niscemi, in Sicilia, che sia per il diritto allo studio, per quello alla salute ed al lavoro piuttosto che per opporsi all’edificazione dell’ecomostro di turno, secondo una strategia consolidata di comunicazione che rende lo scontro in sé “la notizia”, oscurando o comunque mettendo in secondo piano le ragioni, condivisibili o meno che siano, che sottendono le conflittualità sparse a vario titolo a macchia di leopardo sull’italico suolo).

Colpisce la reazione dei “non militanti”.

Colpiscono le oltre 7500 firme raccolte da una petizione online in cui si invitano studenti e studentesse a prendere apertamente ed in prima persona le distanze dalle azioni del Cua.

Colpisce l’attenzione nel giudizio dell’effetto, piuttosto che della causa.

In questo contesto, il sentimento diffuso di sfiducia generale nei confronti della possibilità concreta di avere voce in capitolo nel cambiare lo status quo, sfocia non più nel tradizionale disimpegno politico bensì in una presa di (in)coscienza stile #notinmyname alla rovescia: dalla dissociazione morale nei confronti dei soprusi perpetuati dai propri rappresentanti istituzionali si passa alla delegittimazione del concetto stesso di protesta in sé, o meglio della metempirica categoria dei “manifestanti”, percepiti come una specie di neocasta di “privilegiati” i quali possono permettersi, in un’accezione drammaticamente sempre più comune, il lusso di protestare piuttosto che rimboccarsi le maniche per migliorare autonomamente, secondo il principio “aiutati, che né Dio né chi per esso lo farà per te“, la propria condizione di vita e gettare le basi per realizzarsi. Qualsiasi altra forma di rivendicazione non solo non attecchisce più empaticamente, ma addirittura viene messa all’indice, dividendo ad esempio nel caso specifico gli studenti in cattivi (quelli che vengono all’Università per fare casino) e buoni (quelli che fanno mille sacrifici per permettersi di studiare e dunque vogliono solo concentrarsi su quello e sulla rimozione di ogni ostacolo frapposto dinanzi a sé nel compimento del proprio percorso accademico).

Il dissenso non è dunque più sanzionato solo dall’autorità ma subisce una sanzione sociale perpetuata proprio da quella classe di riferimento che rivendicazioni come quelle degli universitari autonomi bolognesi si propongono di intercettare, in un ambiente, quello studentesco, in cui sovente nel concetto classico di scontro di classe i ruoli si miscelano fin quasi a capovolgersi, fra figli di un ceto medio-alto che tendono a conservare la loro posizione potenziale di dirigenti del domani (ed anche a lagnarsi che gli venga a monte minata la strada per la scalata sociale) e figli di un ceto medio-basso non disposti a concedersi, in un percorso già alquanto in salita di suo, “distrazioni” quali la rivendicazione del diritto allo studio, di un lavoro adeguatamente salariato… precondizioni a cui chi proviene da un contesto socioeconomico fondato sulla precarietà ha già rinunciato a monte, concentrando dunque tutte le proprie energie sulla massimizzazione dei propri sforzi nei termini declinati dall’imperante ideologia della produttività: in ambito accademico, ricerca spasmodica del miglior risultato possibile in termini di punteggi agli esami e di conseguimento del maggior numero di certificazioni possibili volte ad un accesso quanto più agevolato possibile al mondo del lavoro. Di questo percorso ad ostacoli verso la propria realizzazione, i tornelli rappresentano la manifestazione fenomenica.

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Storie dalla provincia

“Storie dalla provincia” è quello che resta di un percorso lento. È quello che resta delle scarpe di tela distrutte, dei tramonti sulla provinciale, del silenzio di una processione.
È così che si vive in provincia: come avvolti da un feroce grembo materno, in un tempo sospeso e lentissimo, un tappeto di terra e polvere d’amianto, in un groviglio di strade piccole, di pietre e volti, scolpiti dal vento, bruciati dal sole.

Storie dalla provincia è silenzio, sguardi, racconti di vita vissuta tra le pietre dei borghi antichi dell’alto casertano, piccoli presepi muti, addormentati sotto il pezzo di cielo di una doppia periferia, tra Napoli e Roma.

Storie dalla provincia è un diario di viaggio, parla di resistenza, di forza, quella che trattiene le radici, che le attacca alla terra.
È l’istantanea di un sabato pomeriggio, tra le vie di Pietravairano, Benito e Anna, sul piccolo terrazzo di pietra, ascoltano il tempo, con gli occhi chiusi, sotto il glicine. Vivono lì da quando sono bambini, si sono sposati da 43 anni, il loro unico figlio è emigrato in Germania.
È il ritratto della signorina Silvana, coi lineamenti gentili e gli occhi vispi, che vive con i genitori anziani in una grande casa in campagna, non si è mai sposata. Guardando la carcassa di una vecchia 500 mi dice, timida, che non ha mai preso la patente.
È Pasquale, 27 anni, che mi racconta la sua storia seduto al tavolo della cucina, oltre le tende la piazza dell’antico borgo di Riardo; lavora saltuariamente come bracciante agricolo e dei suoi unici vicini, che s’abbracciano davanti all’obiettivo.
È la storia di Vittorio e Valentina che giocano a nascondino in un pomeriggio caldissimo di agosto.
È una signora col velo scuro, che intinge la punta delle dita nell’acquasantiera.

Storie dalla provincia è odore di asfalto, di pioggia estiva, di muschio, è odore di vecchi salotti, odore di chiese, di birra, è gli occhi scuri delle vecchie.

“Storie dalla provincia” è una poesia di Pavese che sa di terra, di sangue e di ritorni. È un fiume denso, come una vecchia sciarpa di lana scura caduta sul pavimento.
È il carro pesante di un santo, è gli uomini che lo portano a spalla, che si asciugano il sudore della fronte.
È la festa del paese, le tende rosse e bianche delle bancarelle.

“Storie dalla provincia” è il lungo racconto di istantanee che riempivano i miei occhi di bambina, è un esercizio di meraviglia, la stessa che provavo guardando i fuochi d’artificio squarciare la sera, accendere e spegnere il cielo.

[Testo e foto di Miriam Mercone]